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Direttamente dall’OMS: la dipendenza da videogiochi riconosciuta come malattia mentale.

Riportiamo l’intero articolo del Corriere della sera. 

La dipendenza da videogiochi è una malattia mentale. Lo ha stabilito l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), inserendo il cosiddetto gaming disorder nell’ultima revisione della International Classification of Diseases (Icd-11), l’elenco che contiene tutte le patologie riconosciute, oltre 55mila, usato per le diagnosi dai medici di tutto il mondo. La nuova versione verrà adottata a partire dal 2022. L’industria dei videogiochi si è schierata contro questa decisione (leggi la replica dell’AESVI).

Tre criteri decisivi

Come capire se una persona soffre di questa dipendenza? I criteri – secondo l’Oms – sono tre. Il primo: «una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti che prendono il sopravvento sugli altri interessi della vita». In secondo luogo, «anche quando si manifestano le conseguenze negative dei comportamenti, non si riesce a controllarli» e, ultimo, «il fatto che questi atteggiamenti portano a problemi nella vita personale, familiare e sociale, con impatti anche fisici, dai disturbi del sonno ai problemi alimentari», ha spiegato Vladimir Poznyak, del Dipartimento per la salute mentale dell’Oms. La definizione di “malattia mentale” ha l’obiettivo di aiutare i medici a formulare la diagnosi. «Abbiamo deciso di inserire questa nuova patologia sulla base degli ultimi sviluppi delle conoscenze sul tema» ha aggiunto Poznyak. Per essere riconosciuto come problema mentale, il gaming disorder deve durare almeno 12 mesi, ma ci possono essere eccezioni per casi particolarmente gravi. Chiaramente non tutti i videogiocatori soffrono del disturbo: anzi, i “malati” sono solo una minima parte.

L’identikit del giocatore

«La fase più acuta si riscontra negli adolescenti maschi a partire dai 12 anni, fino ai 15-16 – spiega Federico Tonioni, psichiatra, psicoterapeuta e fondatore nel 2009 del primo ambulatorio in Italia sulla Dipendenza da Internet, divenuto nel 2016 Centro Pediatrico Interdipartimentale per la Psicopatologia da Web, presso la Fondazione Policlinico Gemelli di Roma -. Il gaming disorder è in un certo senso la risposta maschile all’anoressia femminile. Colpisce soprattutto quei ragazzi che non riescono ad affrontare la fase della pubertà, in genere non fanno sport e sono molto spaventati dal confronto con i coetanei. L’unico posto in cui si sentono competenti a fare qualcosa è il videogame, dove tra l’altro molto spesso eccellono. Non competono con nessuno se non con il gaming sparatutto, al quale dedicano tutto il tempo disponibile. Anche 18-20 ore al giorno». Il fenomeno è in preoccupante aumento. Alla base, continua Tonioni, «c’è un’enorme rabbia che denota condizioni affettive deficitarie basate su moderne forme di assenza genitoriale. Il percorso che viene fatto con questo tipo di pazienti è molto lungo e complicato, perché nei casi più gravi c’è un vero e proprio ritiro sociale dell’adolescente. Ci sono poi ragazzi più consapevoli del problema e altri meno». Per lo psichiatra, ch plaude all’iniziativa dell’Oms, «quando si parla di adolescenti non è però corretto parlare di dipendenza, eventualmente si tratta di abuso e spesso il problema non dipende da loro, ma dall’ambiente in cui vivono e dal rapporto con i genitori».

Il meccanismo della ricompensa

«Credo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia fatto molto bene, sia perché in questo modo famiglia e pediatri porranno maggiore attenzione a questo fenomeno, sia perché chi produce i giochi dovrà pensare alle conseguenze che questi possono avere sui minori – sottolinea Cherubino Di Lorenzo, neurologo presso il Centro Cefalee dell’Istituto Neurotraumatologico Italiano di Roma -. I videogiochi stimolano i circuiti del cosiddetto reward, cioè della ricompensa. I ragazzini, facendo questi giochi monotoni e ripetitivi, spesso con musiche ipnotiche e stimolazioni luminose intermittenti, riescono ad alienarsi e a ottenere delle micro-ricompense che instaurano la dipendenza. Allo stesso modo, si genera frustrazione quando non riescono a ottenere la vittoria nella prova del videogioco. Negli anni passati ci sono stati in particolare dei casi di giochi via web – ricorda l’esperto – in cui ci si limitava a premere un bottone mentre la musichetta e le lucine andavano avanti e i ragazzini passavano le nottate sveglie a continuare, esattamente come accade con le slot machine».

Complicanze neurologiche

I sintomi della dipendenza da gioco possono essere di vario genere. «Intanto, come in tutti i casi di dipendenza, si possono generare degli stati di ansia o delle depressioni reattive – dice Di Lorenzo -. Poi, ci sono problemi anche organici perché spesso questi giovani ragazzi non mangiano, non bevono e non dormono per giocare, con conseguenze anche sulla loro salute. Sicuramente possono esserci anche delle complicanze neurologiche: famosi sono stati in passato i casi di crisi epilettiche indotte dalla stimolazione luminosa e dalla deprivazione di sonno a cui questi soggetti erano esposti. Anche la cefalea non manca mai, sia come complicanza dello stato emotivo (sintomo indotto dallo stress), che come meccanismo organico per un problema legato all’esposizione protratta al gioco».

FONTE.Corrieredellasera.

VOTO FINALE :

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